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30 settembre: l’ultima delle quattro giornate di Napoli

30 settembre: l’ultima delle quattro giornate di Napoli

Napoli la prima, tra le grandi città europee, ad insorgere contro l’occupazione tedesca

La storia (premessa)

Nel corso della seconda guerra mondiale la città di Napoli fu, per lunghi periodi, oggetto di durissimi bombardamenti da parte delle forze Alleate che, cercando di “allontanare” dalla città i nazisti, causarono circa 25.000 vittime e ingenti danni ai monumenti cittadini.  Durante uno di questi bombardamenti del 1942 la Basilica di Santa Chiara fu semidistrutta. I civili, stanchi ed esasperati, a seguito dell’Armistizio, entrato in vigore l’8 settembre del 1943, si sentirono incoraggiati ad agire. Il primo episodio di scontro avvenne nei pressi di piazza del Plebiscito, dove morirono 3 marinai e 3 soldati tedeschi. I nazisti per rappresaglia aprirono il fuoco sulla folla e appiccarono un incendio alla Biblioteca Nazionale. Il 12 settembre, circa quattromila tra civili e militari, furono deportati per il “lavoro obbligatorio”, il giorno seguente, il colonnello Sholl rispose, ai primi episodi di violenza, con un “proclama”, nel quale ricordava alla popolazione che “ogni soldato germanico ferito o trucidato verrà rivendicato cento volte” e aggiungeva: “questi ordini e le già eseguite rappresaglie si rendono necessarie perché un gran numero di soldati e ufficiali germanici che non facevano altro che adempiere ai propri doveri furono vilmente assassinati o gravemente feriti, anzi in alcuni casi i feriti anche vilipesi e maltrattati in modo indegno da parte di un popolo civile”. In quei giorni otto prigionieri di guerra furono fucilati in via Cesario Console e un carro armato sparò contro gli studenti riuniti vicino l’Università. Sulle scale della sede storica avvenne anche l’esecuzione del marinaio ventiquattrenne Andrea Mansi. Il 23 settembre, lo stesso colonnello tedesco, intimò ai cittadini di liberare tutta la fascia costiera fino ad una distanza di 300 metri dal mare, probabilmente, prevedendo l’arrivo degli alleati con le navi, stava organizzando la distruzione del porto. Diverse decine di migliaia di persone dovettero abbandonare le proprie case. In seguito, con un altro “proclama”, informava che delle circa 30.000 persone che dovevano presentarsi per il servizio obbligatorio di lavoro se ne erano presentate solo 150 e, pertanto, le ronde militari avrebbero fermato gli inadempienti e che, le stesse, erano autorizzare a fucilare senza alcun indugio. La rabbia dei napoletani era, ormai, incontrollabile e inevitabile e, il 26 settembre, la folla disarmata si scatenò contro i rastrellamenti.

Oggi io (Archeologo) e mia moglie (Avvocato) porteremo nostra figlia, benché piccola, in alcuni dei luoghi in cui si svolsero le quattro giornate di Napoli. Da oggi, e per ogni anno, lei saprà dell’orrore generato dal Nazifascismo e dell’immenso coraggio del popolo napoletano (D.F. un cittadino che vuole ricordare).

Le quattro giornate di Napoli

Tra il 27 ed il 30 settembre i cittadini di Napoli liberarono la città dall’occupazione tedesca. Gli alleati, che arrivarono in città il 1° ottobre, dovettero ammettere che era stato il coraggio e l’eroismo della popolazione a permettere quella riscossa, guidata dalla voglia di sentirsi liberi di scegliere il proprio destino. Nel corso delle quattro giornate diversi furono gli episodi di scontro tra popolazione e nazisti, alcuni terminarono tragicamente. Di sicuro va sottolineata la fermezza e la caparbietà di alcune persone. Il 27 settembre, ad esempio, il tenente Enzo Stimolo del Regio Esercito si mise a capo di 200 insorti e tentò, per tutta la giornata, di assaltare l’armeria di Castel Sant’Elmo. Riuscì nell’impresa solo in serata, nelle stesse ore furono presi d’assalto anche i depositi delle caserme di via Foria e via Carbonara. Le armi recuperate dal tenente vennero usate, poi, il giorno successivo per liberare i cittadini fatti prigionieri dai nazisti e condotti all’interno del capo sportivo del Vomero. Altri scontri avvennero al Maschio Angioino, al Vasto e a Monteoliveto.  A Porta Capuana un gruppo di 40 uomini, con fucili e mitragliatori, uccisero 6 tedeschi e ne catturarono altri 4. Nel terzo giorno di scontri tutti i quartieri avevano un capopopolo. Si trattava, in molti casi, di militari (tenenti, capitani, maggiori), ma non mancarono i professionisti e persino un giovane liceale. Il prof. Antonio Tarsia in Curia, capopopolo del Vomero, si autoproclamò capo dei ribelli. Il quarto giorno, mentre le truppe tedesche già iniziavano lo sgombero della città, assunse poteri civili e militari impartendo anche delle disposizioni sull’ordine pubblico. I tedeschi prima di lasciare Napoli, da Capodimonte, colpirono Port’Alba e Materdei. Passando per San Paolo Bel Sito (nel nolano), diedero alle fiamme la villa dove erano nascosti i fondi più preziosi dell’Archivio di Stato di Napoli, determinando un danno incalcolabile al patrimonio storico di tutto il sud Italia. Dei 31.606 tra fasci e volumi e 54.372 pergamene conservate si salvarono dal rogo solo 11 casse di protocolli notarili e 97 buste dell’Archivio Farnesiano.

Medaglia d’oro al valor militare per la città di Napoli

L’avvenimento valse alla città la medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: «Con superbo slancio patriottico sapeva ritrovare, in mezzo al lutto ed alle rovine, la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Impegnata un’impari lotta col secolare nemico offriva alla Patria, nelle “Quattro Giornate” di fine settembre 1943, numerosi eletti figli. Col suo glorioso esempio additava a tutti gli Italiani, la via verso la libertà, la giustizia, la salvezza della Patria. Napoli, 27-30 settembre 1943».

Vittime per la liberazione: la più giovane aveva solo 11 anni

Il bilancio degli scontri non è stato mai accertato. Secondo alcuni, morirono 168 tra militari e partigiani e 159 cittadini; per la Commissione ministeriale, invece, le vittime furono 155, ma dai registri del cimitero di Poggioreale risulterebbero addirittura oltre 500. La vittima più giovane fu Gennaro Capuozzo, ricordato come Gennarino. Nato a Napoli, il 2 giugno del 1932, quando incontrò la morte aveva, quindi, soli 11 anni. Morì a causa dell’esplosione di una granata nemica, mentre lanciava bombe a mano contro i carri armati tedeschi, durante lo scontro avvenuto in via Santa Teresa degli Scalzi. Gennarino Capuozzo fu insignito  della medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: «Appena dodicenne durante le giornate insurrezionali di Napoli partecipò agli scontri sostenuti contro i tedeschi, dapprima rifornendo di munizioni i patrioti e poi impugnando egli stesso le armi. In uno scontro con carri armati tedeschi, in piedi, sprezzante della morte, tra due insorti che facevano fuoco, con indomito coraggio lanciava bombe a mano fino a che lo scoppio di una granata lo sfracellava sul posto di combattimento insieme al mitragliere che gli era al fianco. Prodigioso ragazzo che fu mirabile esempio di precoce ardimento e sublime eroismo. Napoli, 28-29 settembre 1943».

Giovanni Russo

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